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Alta marea a Cape Love
L
'incipit
 

Un breve, forse non necessario, prologo sugli zii d’America

 

Tutti dovrebbero avere uno zio d’America.
Io, per esempio, ce l’ho.
Veramente è una zia d’America e, a dirla tutta, non è neppure americana né una zia vera: è solo un’amica di mia madre che da piccola chiamavo zia.
Zia Ari, Ari sta per Arianna.
Una folle, se per questo, zia Ari. Ribelle, estroversa e controcorrente. Un’artista, niente meno. Una pittrice.
Da bambina io fissavo ammirata i suoi quadri strampalati e coloratissimi e poi a casa cercavo di riprodurli con i miei acquarelli. Una volta pure sulle pareti del salotto.
Non avevo ancora compiuto dieci anni che zia Ari, la mia zia preferita, lasciò l’Italia al seguito di Steven, un pilota della US Air Force di stanza a Vicenza. Molto coraggioso, bello e aitante, così lo descriveva mamma, sottolineando ogni singolo aggettivo con un gran sospiro e un’espressione sognante (fatto che già allora non mi sembrava gentile nei confronti di papà), un po’ come quando, raccontandomi una fiaba, arrivava al punto in cui faceva la sua apparizione il principe azzurro. Non che quel sospiro celasse chissà quale delusione, in fondo la vita di mamma non era tanto male, ma certo rifletteva i sogni non sopiti di una donna ancora giovane che aveva rinunciato alla sua carriera di musicista per dedicarsi alla famiglia. E forse al vero amore.
«Anche tu un giorno troverai il tuo principe azzurro, e ti porterà via dalla tua mamma» mi diceva allora, accarezzandomi e scuotendo la testa, cosa che immancabilmente mi faceva salire le lacrime agli occhi e mi terrorizzava perché, dietro alla sua facciata di principe azzurro, quel tipo mi pareva più che altro un orco che strappava le fanciulle innocenti alle loro mamme. Altro che “vissero tutti felici e contenti”!
Da allora i principi azzurri mi sono sempre stati indigesti e ho fatto di tutto per evitarli.
Come?
Con la prova sospiro, naturale! Se, incrociando lo sguardo di un tipo da sballo, magari gentile, simpatico, intelligente e persino ricco, mi veniva da sospirare alla maniera di mia madre, insomma se almeno nella mia testa mi lasciavo andare a un «aaaaaaaahhh» senza soluzione di continuità, quel tipo finiva nel girone degli orchi travestiti da principe azzurro, e lì rimaneva. Come Steven. Perché Steven, bello, aitante e coraggioso top gun del cavolo, dopo avermi portato via la mia zia preferita, l’ha pure lasciata.
Sola, al di là di un oceano che allora, dodicenne, fissavo impaurita sul mappamondo, di quelli con la lucina dentro, che proprio zia Ari mi aveva regalato prima di andarsene con Mr Air Force. «Vedi» mi diceva per farmi capire che in fondo non eravamo poi così lontane, «con l’aereo in un attimo arrivi.»
Be’, il suo concetto di “attimo” non è mai stato molto attendibile.
Come non lo è mai stata lei, attendibile.
Zia Ari. Bellissima, simpatica, estroversa. Tanto folle e imprevedibile da influenzare la mia vita persino a distanza. Non perché io sia diventata una ribelle come lei. Magari! Sono timida, introversa e piuttosto incline a divorarmi il fegato per le preoccupazioni, invece di godermi la vita. Ma perché anch’io, forse grazie a lei, mi guadagno da vivere con pennello e tavolozza. Ho incominciato cercando di scopiazzare senza alcun successo le sue opere psichedeliche e sono finita senza sapere come o perché a illustrare libri per l’infanzia.
E ciò la dice già lunga su di me.
Sono un topolino, non un leone.
La mia vita ha imboccato una strada tranquilla che in fondo non mi dispiace. C’è stato persino qualche uomo lungo il percorso. Uomo rigorosamente beta, se non delta o gamma. Gli alfa fanno parte dei principi azzurri, no, degli orchi. Degli orchi principi azzurri. Insomma, avete capito.
A proposito. Quasi mi dimentico di presentarmi.
Mi chiamo Gioia. Gioia Rambelli.
Ho trentadue anni, un piccolo appartamento a Milano, una famiglia che mi ama, alcuni amici e al momento nessun fidanzato.
Ma ho zia Ari.
La mia zia d’America.

 


 

 

 



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