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Bang Bang, tutta colpa di un gatto rosso
L
'incipit

 

Nonostante sia ormai aprile (sì, lo so, come vola il tempo!), il cielo è grigio e la strada qua fuori è più grigia del cielo.
Durante la mia giornata di lavoro siedo per ore davanti a una finestra che si affaccia su una piccola strada privata.

Qui si specchiano l’una nell’altra sedici variopinte villette a due piani, otto per lato, costruite negli anni ‘20 per gli operai di un’industria farmaceutica che ormai non c’è più.
Un cancello di ferro, quasi fosse un confine di stato, separa dal caos della città gli abitanti di questo borgo tranquillo, dove la gente ogni mattina si saluta col sorriso e sistema agli angoli delle porte di ingresso grossi vasi di ortensie e alle finestre piante di ciclamino che nessuno, di notte, si frega. Molti, al di là di quel cancello, passano e sbirciano dentro, invidiosi.
Io sono una dei fortunati abitanti del borgo.
Vivo al n. 16, nella casa che era di mio nonno, operaio della già citata industria farmaceutica. L’ultima della fila di destra. Me l’ha lasciata quando è morto, quasi venti anni fa.
Da quando mi ci sono trasferita ho visto gli abitanti di questa strada cambiare. Prima erano tutti vecchi. Oggi sono tutti sotto i quaranta, ma, grazie al cielo, sopra i venticinque. Per lo più single o coppie non ancora infrante. Ci conosciamo tutti, qui al borgo, e le nostre riunioni condominiali sono più feste che discussioni all’ultimo sangue. Cerchiamo di darci una mano, anche se non mancano le antipatie e i motivi di litigio fra alcuni di noi. Io, in particolare, non sopporto tanto Roberta, che con la sua linguaccia si diverte a mettere zizzania, a creare il panico, ad alimentare il sospetto. Adoro invece Francesca e Bruno, entrambi avvocati di successo, divorzisti. Scambio ricette con Fabio, che vive con Giacomo come fossero i protagonisti della strana coppia. Non sono gay, ma per un po’ tutti l’hanno creduto. E organizzo serate romance con il club delle femmine folli, cui aderiscono più o meno tutte le donne del borgo. Non che siamo tutte pazze, un po’ strambe sì, ognuna a modo suo.
Come tutti.
Detto così, sembrerebbe che qui si viva in un’isola felice, distante dai problemi o dal dolore. Naturalmente non è così. Problemi e dolore non mancano mai.
Sono forzatamente single. No, gioiosamente single. Il mio fidanzato mi ha lasciato prima del fatidico sì. Dopo aver pianto ed essermi (moderatamente) disperata, non posso che rendergliene grazie.
Era un imbecille. E in più mi tradiva. Ed era convinto di essere più intelligente di me. E non era neppure un superfigo. Appena appena passabile, a guardarlo bene.
Sono certa che sarebbe diventato flaccido e calvo prima del nostro secondo anniversario.
Certo, la cosa un po’ mi ha scocciato e ogni giorno, quasi fosse un mantra, gli rivolgo un soddisfatto fottitifottitifottitifottiti finché la lingua non mi si attorciglia in bocca. Dirlo non servirà a niente, ma mi fa sentire in pace con me stessa.
Chi non è single è il mio gatto Red.
Nonostante lo minacci spesso e volentieri di portarlo dalla veterinaria per LA operazione, continua indifferente a farsela con tutte le gatte del quartiere e a battersi furiosamente con tutti i maschi. Ho avuto parecchie grane con i proprietari delle micie concupite da Red, e con la faccia di tolla che mi contraddistingue ho messo in giro la voce di averlo già fatto castrare. Di giorno il malefico sta in casa a poltrire, ma di notte se ne va in giro. E colpisce. A giudicare dal numero di randagi rossi che ci sono da queste parti, negli ultimi anni non deve aver perso un colpo.
Beato lui.
Perdonatemi, non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Eleonora. Come mia nonna paterna. Bel nome.
Un tempo, quando mi presentavo a qualcuno su cui volevo far colpo, me lo lasciavo scivolare tra le labbra, come fossi un’eroina dei romanzi rosa che traduco. Piacere, E-le-oo-no-rraa. L’effetto che ottenevo, di solito, non era quello desiderato. Mi guardavano tutti come se avessi urgente bisogno di un logopedista. Per questo da tempo ho eliminato Eleo e mi presento come mi hanno sempre chiamato in famiglia, Nora.
Ovvio che cerco il mio Nick.
Nick, in questo caso, non significa soprannomeavatar.
È il protagonista di un romanzo di Dashell Hammett (The Thin Man) e dei vecchi film interpretati da William Powell e Myrna Loy che da quel romanzo sono stati tratti. Nick e Nora Charles, affascinanti ed elegantissimi detective dilettanti accompagnati dal terrier Asta. Sempre in abito da sera e con un martini in mano. Che classe!
Cerco il mio Nick, dicevo, sapendo che sarà impossibile trovarlo. Però potrei trovare un terrier incazzoso come Asta per fare abbassare la cresta a Red.
Ah! Dimenticavo, ho superato i fatidici trenta. Anni, naturalmente.
La mia vita procede su binari tranquilli in attesa che qualcosa succeda. Va be’, anche se traduco romanzi rosa, certo non mi aspetto che da un giorno all’altro bussi alla mia porta il principe azzurro con una scarpetta di cristallo in mano… Anche perché porto il 38 e se solo provassi a infilarmela farei la figura di quelle arpie di Anastasia e Genoveffa.
Le favole sono sparite da un bel po’ dal mio orizzonte.
Nick no. Lui, nelle mie fantasie, c’è sempre.



 


 

 

 

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