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Un amore di inizio secolo - Di nuovo inzieme
L
'incipit
 

3 marzo 1900

Ken Benton scese gli scalini della sua nuova residenza londinese, nella prestigiosa Eaton Square. La piazza, oblunga e con sei splendidi giardini privati nel centro, era stata progettata e costruita nel secolo precedente dal secondo conte di Grosvenor, in seguito Duca di Westminster, così come le vicine Belgravia e Chester Square.

Secolo precedente: ma lo si poteva definire veramente così?

Ken Benton, che aveva visto la luce a Brooklyn nel settembre del 1870, non si era ancora abituato a considerare il XIX secolo come un’epoca da dimenticare né, per la verità, ad accettare i toni roboanti dei giornali quando parlavano del Novecento, destinato, scrivevano, a grandi cose.

Cose grandi come la guerra dei Boeri, rifletteva Ken, sarcastico. In fondo, i morti per la conquista di nuove terre e ricchezze non differivano poi tanto da quelli del secolo precedente, e l’Inghilterra, in quella corsa al dominio, deteneva ancora il primato.

Montando sulla carrozza che ogni giorno alle otto precise veniva a prelevarlo per portarlo alla filiale londinese della Benton Bank, nella City, levò gli occhi alla perfetta facciata di stucco bianco della sua nuova casa, uguale alle altre che contornavano il lato nord della piazza, e ancora una volta scosse la testa, pensando alla cifra spropositata e del tutto inutile investita nell’affitto, visto che tra quelle mura ci dormiva soltanto.

E, per dormire, mille metri quadrati di puro lusso erano davvero tanti.

Non che la scelta di suo padre fosse stata ridondante senza un motivo. Nient’affatto. Quello, infatti, era uno dei quartieri di Londra più esclusivi, dove abitavano solo nomi altisonanti dell’aristocrazia, conti, duchi e marchesi, gente che, sempre secondo suo padre, gli sarebbe stato utile conoscere per il lavoro. «Capitale per la banca» li aveva definiti, senza supporre che molti di quei nobili non

avevano più il becco di un quattrino. Il denaro ormai, anche nella aristocratica Inghilterra, non si fregiava più di un titolo nobiliare.

«Buongiorno Bob» disse al cocchiere.

«Buongiorno Mr Benton. Brutta nebbia oggi.»

Ken gli sorrise e si accomodò sulla vettura respirando l’acre odore dello smog londinese di cui, ormai, doveva aver tappezzati i polmoni. Nato e cresciuto a New York, dove il freddo dell’inverno poteva essere inclemente ma dove l’aria era sempre pulita grazie ai venti che andavano e venivano dall’oceano, non si era ancora assuefatto al clima umido e spesso opprimente di Londra, al tanfo quasi solido che la nebbia portava con sé e che arrivava da sud, dalle fabbriche e dai ghetti insalubri dove giorno dopo giorno si riversavano dalla campagna migliaia di persone.

A Londra, nel 1900, si contavano circa sei milioni di abitanti, un numero di anime spropositato di cui ancora non riusciva a capacitarsi.

«La posta del mattino e il Times, signore. Buona giornata.»

Con quella frase, tutti i giorni la stessa, James, il valletto che lo serviva da quando non aveva più avuto una bambinaia tra i piedi, gli consegnò il plico della corrispondenza appena arrivata, che lui, come sempre, avrebbe letto durante il tragitto sino alla City. Una mezz’ora che, nelle sue giornate piene di impegni, non sarebbe andata sprecata.

«Grazie, James, buona giornata anche a te.»

La portiera si chiuse e l’hackney si mosse in direzione di Buckingham Palace, per imboccare quindi il Mall e Fleet Street sino alla City.

New York era grande, certo, ma non era che un villaggio in confronto a Londra. D’altronde, non era quella la capitale dello Stato più potente della Terra? L’Impero della Regina Vittoria abbracciava più di mezzo mondo ed era in perenne espansione, se così, con un eufemismo, si poteva descrivere la fame colonialista del Regno.

Be’, loro, gli yankee, come certi boriosi aristocratici continuavano a definirli con un sorrisetto arrogante sul volto, gliel’avevano fatta vedere. A Boston il tè di sua Maestà era finito nelle acque dell’oceano. Poi la Rivoluzione Americana aveva fatto il resto.

Per quanto fosse nato circa cent’anni dopo gli eventi che avevano condotto i coloni a ribellarsi alla Corona, Ken Benton sentiva battere nel cuore un palpito di orgoglio al pensiero di come la sua Nazione, la sua giovanissima Nazione, si stesse preparando a superare la Vecchia Europa a colpi di progresso. Perché, nonostante gli enormi problemi e le disparità e le contraddizioni del suo territorio immenso e in gran parte ancora selvaggio, l’America stava marciando verso il futuro a una velocità doppia, se non tripla, rispetto al resto del mondo. E lui, quella velocità, la sentiva correre dentro le vene, insieme al suo sangue yankee.

Superato Buckingham Palace, Ken si concentrò sulla posta giunta quella mattina. Quasi tutta corrispondenza personale, visto che le comunicazioni d’affari gli arrivavano in ufficio. Inviti a serate, a cene in club esclusivi e ristoranti alla moda, a teatro, all’opera. Sembrava che in quel Paese gli obblighi sociali fossero addirittura più pressanti che nel suo. E la Stagione, a quanto gli avevano spiegato, non era che all’inizio, visto che andava di pari passo con l’apertura delle due Camere del Parlamento.

Di certo gli inviti si sarebbero moltiplicati da lì a poche settimane, quando tutte le famiglie aristocratiche d’Inghilterra si fossero riversate dalle loro tenute di campagna nelle case della capitale, pronte a gettarsi in una girandola di impegni mondani come animali appena usciti dal letargo sul cibo.

Be’, in fondo era per quello che era venuto sino a Londra. Per stringere nuove alleanze, per trovare nuovi clienti, per mostrare a questo vecchio mondo che la Benton Bank non era solo un salvadanaio dove deporre le proprie fortune, ma anche un’utile alleata nello sviluppo dei propri interessi e progetti.

Lo hackney si infilò nella City per fermarsi, pochi minuti dopo, di fronte al palazzo della Benton Bank, progettato dal famoso architetto Arthur Blomfield e dal figlio di questi, Arthur Conran. Un

edificio lineare, moderno ed elegante che faceva apparire dinosauri di pietra le vicine e monumentali sedi delle banche dei Rothschild e dei Barclay.

Ken non attese che il portiere gli aprisse la portiera e come sempre saltò giù dalla carrozza senza dare troppo peso alle formalità. D’altronde, nella City tutto scorreva veloce e di tempo per cerimonie inutili non ce n’era.

Il valletto all’ingresso gli diede il buongiorno mentre lui già si infilava nella porta girevole.

«Buongiorno Mr Benton» lo salutò il suo segretario che, come di consueto, lo attendeva nel grande atrio con l’agenda degli appuntamenti in mano.

«Buongiorno a voi, Stuart» rispose porgendogli la posta del mattino, suddivisa in due mucchi distinti, accettare e rifiutare.

Senza smettere di parlare, i due uomini si diressero a passo veloce verso gli ascensori ma, invece di infilarsi in una delle tre cabine in attesa, presero le scale e salirono a piedi al primo piano dove, tra un buongiorno Mr Benton e l’altro, raggiunsero l’ufficio di Ken.

«Chi è il mio primo appuntamento, Stuart?»

«Richard Burbridge, amministratore dei grandi magazzini Harrods.»

*

Un paio di ore più tardi, mentre Ken e Burbridge discutevano ancora i termini del finanziamento per la costruzione di una nuova sede dei grandi magazzini in Brompton Road, l’interfono trillò. Sulle prime Ken non poté evitare un’espressione di disappunto, ma poi ci ripensò visto che era insolito che Stuart lo disturbasse durante un incontro importante.

«Perdonate un istante, Mr Burbridge» disse portandosi la cornetta all’orecchio.

Che ci fossero notizie preoccupanti dalla Borsa, o forse da casa? Quella pazza di sua sorella sembrava essersi invaghita di un architetto…

«Scusate se vi disturbo, Mr Benton…»

«Spero che sia molto importante, Stuart.»

«Mr White, signore, chiede di voi. E Mr White, come vi siete raccomandato più volte, ha priorità su tutto.»

A Ken sembrò che il respiro gli si fermasse in gola. Fissò Burbridge cercando di sorridere, ma non ci riuscì. Che White l’avesse trovata? Che almeno avesse notizie utili?

«Scendo subito, pregatelo di aspettarmi alla reception, Stuart» rispose. Poi, rivolto al suo ospite: «M-Mr Burbri-idge, mi co-concedete cinque mi-inuti per p-piacere?» Dannazione alla balbuzie!

«Ma certo, Mr Benton, ma in cambio pretenderò un occhio di riguardo per il nostro piano di investimento…» scherzò l’uomo.

«F-forse, Mr Burbridge, forse.»

E, senza un’altra parola, Ken uscì dall’ufficio.

*

Mr White lo attendeva al banco della reception. Era un uomo di mezz’età che aveva lavorato per due decenni a Scotland Yard e che da qualche anno aveva aperto una sua agenzia investigativa. Aveva due occhi scuri e pungenti che non smettevano di guardarsi attorno e stringeva una pipa tra i denti, forse per emulare il suo più famoso collega Sherlock Holmes. Ken si era rivolto a lui poco dopo essere sbarcato dall’Oceanic II, circa due mesi prima, quando la White Investigations Agency era assurta agli onori della cronaca per aver risolto con successo il caso di una donna scomparsa. Tuttavia, fino a quel giorno, nonostante la fama che lo precedeva e i soldi che già si era intascato, Mr White non era stato in grado di fornirgli un solo indizio di dove diavolo fosse finita Priscilla Talbott. Miss Talbott, la deliziosa bibliotecaria che aveva incontrato sull’Oceanic II, la donna misteriosa che aveva trasformato una traversata fredda e solitaria in sei giorni che non avrebbe mai dimenticato. Dannazione! Prima, con quei suoi occhi blu gli aveva fatto perdere il senno, poi,

neanche fosse Houdini, si era dileguata nella nebbia di Liverpool sfuggendogli da sotto il naso. Ken era ancora furente per lo scherzo che gli aveva giocato, eccome se lo era, ma soprattutto era preoccupato.

Mr White, vedendolo arrivare, scattò quasi sull’attenti, abitudine probabilmente maturata negli anni in polizia.

«C’è un posto dove possiamo parlare in privato, Mr Benton?»

«Avete no-notizie?»

L’uomo assentì, guardandosi intorno come se temesse che ci fosse qualche spia in agguato e ribadendo così la sua richiesta di recarsi in un luogo riservato.

«S-seguitemi» disse Ken infastidito, precedendolo in un salottino e prendendo posto intorno al tavolo che costituiva, insieme a un piccolo attaccapanni, l’unico mobilio della stanza.

White gli sedette di fronte.

«Dunque, p-potete infine darmi notizie di Miss T-Talbott?»

«A dire il vero, non sono in grado di fornirvi gli spostamenti di Miss Talbott dopo lo sbarco dall’Oceanic e non so neppure dirvi dove la signorina si trovi in questo momento, Mr Benton.»

Ken lo guardò senza nascondere la propria insoddisfazione.

«Ma ho finalmente scoperto il nome completo della sua famiglia di origine.»

White fece una pausa a effetto che non fece che irritare Ken ancor di più.

«E allora?» lo incitò.

«Miss Priscilla Talbott non è una commoner, una qualsiasi borghese, è la figlia del conte di Alberly, George Hammersen Talbott. Voi sapete come funziona con gli aristocratici, in Inghilterra?»

A Benton vennero in mente un paio di battute non proprio signorili, ma se le tenne per sé.

«Non ne sono p-più certo, a questo punto.»

«È molto semplice, in realtà. Un nobile titolato non usa mai il proprio cognome.»

«Troppo p-plebeo o troppo sensato?» chiese Ken con un sarcasmo per nulla velato.

White, da britannico orgoglioso, ignorò la battuta.

«I nobili in Inghilterra vengono chiamati con il loro titolo, non con il cognome di famiglia. Per fare un esempio, nessuno chiamerà mai il conte di Alberly George, o Hammersen o Talbott, ma solo Lord Alberly o, se in confidenza, Alberly.»

«Molto interessante, White. Cosa c’entra tutto ciò con P-Priscilla?» L’irritazione di Benton era salita di un altro grado.

«Arrivo subito al punto, sir. Se il primo cognome del conte, Hammersen, è conosciuto a pochi, reputo che il secondo, Talbott, sia sconosciuto a tutti. Non è un caso che Lady Priscilla Alberly – questo è il modo corretto in cui dovreste rivolgervi a lei – abbia scelto di farsi chiamare proprio Talbott, desiderando rimanere nell’ombra; una mossa astuta per far perdere le sue tracce a eventuali inseguitori, negli Stati Uniti come nel Regno Unito. Se mi aveste chiesto di rintracciare Miss Hammersen e non Miss Talbott, avreste risparmiato tempo e denaro.»

«E non avrei avuto bisogno dei vostri servigi, Mr White» rispose Ken, secco.

Priscilla la figlia di un pari d’Inghilterra? Ciò giustificava le sue maniere impeccabili, la sua cultura e quel tocco di ironica presunzione che, nonostante gli sforzi, non riusciva a nascondere.

«Quello che non capisco» disse Ken, come a se stesso, «è che bisogno aveva la figlia di un conte di imbarcarsi su una nave come b-bibliotecaria.»

«Stavo per arrivarci, Mr Benton. Ci sarebbe anche un altro fatto importante…» disse il detective gonfiandosi come un pavone.

«Dite, vi ascolto» lo incalzò Ken con un brutto presentimento.

«Priscilla Talbott non è solo la figlia del conte di Alberly, ma è anche la moglie del senatore degli Stati Uniti d’America Robert Roolick.»

A quella notizia Ken abbandonò ogni pretesa di calma e, scattando in piedi, urlò un «Cosa?» tanto oltraggiato che White arretrò leggermente col busto, quasi per proteggersi dallo spostamento d’aria. Non conosceva Roolick personalmente, ma ciò che aveva sentito di lui non era affatto lusinghiero. E poi, dannazione, doveva avere almeno cinquant’anni!

«Ebbene sì, Mr Benton. Lady Priscilla Alberly si è unita in matrimonio col senatore Roolick a Londra nel 1897, poi lo ha seguito a Washington.»

Priscilla sposata! Non era possibile.

«Non sapete altro?» si sforzò di chiedere mentre i suoi pensieri prendevano mille direzioni diverse.

«Al momento posso solo presumere che Lady Priscilla Alberly, dopo aver lasciato l’Oceanic II il sei dello scorso gennaio, si trovi ancora in Inghilterra, a meno che non si sia servita di un’imbarcazione privata per raggiungere il continente. Nessuna Priscilla Talbott risulta infatti iscritta nei registri di passeggeri e personale delle linee che collegano il Regno Unito all’Europa. E, in quanto all’Irlanda, se quella fosse stata la sua meta, perché non sbarcarvi direttamente, visto che l’Oceanic vi ha fatto tappa?»

Ken rifletté su quelle ultime informazioni, poi chiese, preoccupato: «Escludete, dunque, che abbia proseguito il viaggio verso un altro stato europeo?»

Mr White sbuffò del fumo e gli puntò contro la pipa. «In mancanza di altri indizi, credo di poter affermare che la donna che cercate si trovi ancora nel Regno Unito e che il suo ritorno in patria, imbarcata come aiuto-bibliotecaria su un transatlantico e non su una cabina di prima classe, possa significare solo che…»

«…che stava fuggendo dal marito» concluse Ken, sedendosi di nuovo pesantemente sulla sedia.

Non solo Priscilla era un’aristocratica e la moglie di un senatore degli Stati Uniti, ma era anche una donna in fuga. Dove si nascondeva? Come riusciva a sopravvivere?

«In ogni caso, non dubitate, Mr Benton, la troverò» aggiunse White porgendogli una busta piuttosto voluminosa. «Qui troverete il rapporto completo. Conto di aggiornarvi presto con altre informazioni.»

Ken, preso alla sprovvista da quell’ultima notizia, cercò di ricordare se mai, durante la traversata, Priscilla avesse rivelato, col suo comportamento o le sue parole, di essere una fuggitiva. E se fosse stata in pericolo? Se si fosse trovata in difficoltà economiche così stringenti da mettere a rischio la propria sicurezza?

Afferrò la busta e stringendone i bordi come se volesse strozzare qualcuno, disse: «V-voglio sa-sapere tutto sul senatore Roolick, ogni dettaglio della sua vita».

«Mi sono già permesso di inviare un telegramma alla sede di Washington dell’agenzia Pinkerton con cui spesso collaboriamo. Presto avremo altri elementi su cui indagare. Potrebbe esserci un amante…»

Un amante, Priscilla? No, non era possibile.

«Mr White, vi prego di non mancare di r-rispetto a Miss Talbott…»

«Lady Priscilla Alberly, Mr Benton, o Mrs Roolick. Non più Miss Talbott. E, credete, non volevo affatto mancare di rispetto alla signora. Era la voce dell’esperienza a parlare per me.»

Ken fece un segno di impazienza con la mano. «In ogni caso, non abbandonate le ricerche qui nel Regno Unito, e impiegate tutte le risorse necessarie per trovare Miss Talbott, o come diavolo si chiama quella donna. Desidero ricevere ogni mattino un rapporto sull’andamento delle indagini. Ora, se permettete» disse alzandosi in piedi e dirigendosi alla porta, «sono piuttosto occupato.»

«Sarà fatto» rispose il detective con un piccolo inchino.

Ken affidò White a Stuart e poi, a grandi falcate, se non di corsa, tornò nel suo ufficio, indifferente alle occhiate perplesse degli impiegati che lo salutavano e che lui neppure vedeva. Voleva concludere presto la trattativa con Burbridge e poi dedicarsi al rapporto di White.

Che Priscilla fosse una contessa non gli importava molto, ma che fosse una donna in fuga, e forse con un amante, be’... quella era tutta un’altra storia.
 


 

 

 

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